
Una mutazione genetica può fermare il dolore
Immaginate di non percepire mai il dolore. Una frattura al braccio non vi farebbe battere ciglio, un’ustione passerebbe inosservata, un parto avverrebbe senza la minima sofferenza. Quella che per la maggior parte di noi sembra fantascienza è la realtà quotidiana per un ristretto gruppo di persone al mondo, individui che potrebbero detenere la chiave per alleviare la sofferenza di milioni.
Il mistero millenario del dolore
Per secoli, il dolore ha rappresentato uno degli enigmi più sfuggenti della medicina. Compagno indesiderato della nostra esistenza, diventa un’agonia costante per milioni di persone afflitte da condizioni croniche che resistono a qualsiasi trattamento. Oggi, tuttavia, la scienza sta facendo progressi straordinari nella comprensione della natura del dolore, e le risposte non provengono dall’esperienza ordinaria, ma dallo studio di casi eccezionali: quella manciata di persone che, dalla nascita, non provano affatto dolore.
Questi “X-Men” della vita reale portano con sé mutazioni genetiche rare che li rendono completamente insensibili alla sofferenza fisica. E la ricerca su questi individui sta rivelando che, tra la complessa rete di fattori che determinano la nostra percezione del dolore, il ruolo dei geni potrebbe essere decisivo.
Jo Cameron: una vita senza dolore
Fino all’età di 60 anni, Jo Cameron, oggi 71enne scozzese, si considerava una persona normale. Forse un po’ più sbadata degli altri, incline agli incidenti, ottimista e fortunata, ma nulla che la distinguesse davvero dalla massa.
Eppure i segnali c’erano sempre stati. Quando si bruciava il braccio sul fornello, era l’odore della carne bruciata a avvertirla dell’ustione, non il dolore. Quando si tagliava, se ne accorgeva solo vedendo il sangue colare dalla ferita. E quando la sua automobile finì in un fosso ribaltandosi, scese dal veicolo e corse ad aiutare l’autista dell’altra vettura coinvolta, incurante delle proprie lacerazioni e lividi.
“Il mio cervello semplicemente non mi impedisce di fare cose pericolose, il che è davvero stupido”, racconta con disarmante sincerità.

La scoperta che ha cambiato tutto
Fu solo quando Jo si sottoppose a un intervento chirurgico alla mano, notoriamente doloroso, che i medici compresero la sua straordinaria condizione. Prima dell’operazione aveva scherzato con l’anestesista dicendo che non avrebbe avuto bisogno di antidolorifici dopo la procedura. Il medico rimase sbalordito quando, visitandola ore dopo l’intervento, scoprì che aveva mantenuto la promessa: non un solo milligrammo di paracetamolo aveva assunto.
Nei mesi successivi, Jo collaborò con l’anestesista, il dottor Devjit Srivastava del Raigmore Hospital di Inverness, e il biologo molecolare dottor James Cox del Wolfson Institute for Biomedical Research presso l’University College di Londra. Grazie alle moderne tecnologie di analisi genomica, gli scienziati fecero una scoperta rivoluzionaria: Jo apparteneva a un gruppo minuscolo ma crescente di persone al mondo portatrici di mutazioni genetiche che le rendono insensibili al dolore.
La “molecola della beatitudine”
Nel caso specifico di Jo, i ricercatori identificarono una mutazione in un gene che controlla l’enzima FAAH (acido grasso ammide idrolasi). Questo enzima regola il rilascio di un lipide cerebrale chiamato anandamide, che si lega ai recettori cannabinoidi sulla superficie delle cellule. L’anandamide fa parte del sistema chimico attraverso il quale le cellule comunicano informazioni su dolore, appetito, umore e memoria, imitando efficacemente gli effetti dei cannabinoidi naturali.
Non sorprende che l’anandamide sia stata soprannominata la “molecola della beatitudine”.
Ma c’era di più. Jo presentava anche una parziale delezione di un gene chiamato FAAH-OUT, che sembra svolgere un ruolo nella regolazione dell’enzima FAAH. Questa particolare combinazione genetica ha entusiasmato la comunità scientifica perché apre una possibile nuova via per lo sviluppo di farmaci innovativi per il controllo del dolore.
Gli effetti collaterali della beatitudine
L’elevata concentrazione di anandamide nel corpo di Jo spiega molte delle sue caratteristiche peculiari. Gli studi sulla perdita di funzione dell’enzima FAAH e sul conseguente aumento di anandamide hanno documentato: diminuzione della sensibilità al dolore, cancellazione dei ricordi di paura, riduzione dell’ansia, problemi di memoria a breve termine e guarigione accelerata delle ferite.
“La mia memoria è senza speranza”, confessa Jo ridendo. “Quante costose chiavi della macchina ha dovuto comprare mio marito! Le perdo continuamente. Metto giù le cose e non ho la minima idea di dove siano finite.”
La sua capacità di guarigione è altrettanto straordinaria: “Mi taglio in continuazione ma si vedono a malapena le cicatrici. Quando mi scotto al sole restano dei segni bianchi, ma guarisco velocissimo, è davvero strano.”
Il dolore come maestro
Il caso di Jo è eccezionale anche per un altro motivo: la maggior parte delle persone prive della capacità di sentire dolore non raggiunge un’età avanzata in buona salute. Il professor Chris Eccleston, direttore del Center for Pain Research dell’Università di Bath, spiega perché:
“Se non hai mai provato dolore e non hai paura del danno fisico, il tuo cervello non sviluppa mai quella specifica area della corteccia. Il dolore è un insegnante fondamentale: un modo per educarti sui potenziali pericoli nel tuo ambiente, una guida per il tuo sistema motivazionale che ti permette di evitare situazioni rischiose.”
In altre parole, la maggior parte di noi ha bisogno del dolore per imparare e sopravvivere. Abbiamo bisogno del dolore per apprezzare il piacere. Senza questo contrasto, la vita rischia di diventare monotona e persino pericolosa.
La rivoluzione genetica nella comprensione del dolore
Recentemente, i ricercatori che utilizzano le più avanzate tecnologie di sequenziamento genetico hanno iniziato a tracciare altre caratteristiche genetiche che influenzano la percezione del dolore. Queste varianti non sono associate a malattie o danni cellulari, ma sembrano modulare la segnalazione del dolore in tutti noi.
Le ricerche suggeriscono che i geni influenzano il dolore in due modi principali: regolando la quantità di antidolorifici naturali nel nostro organismo e controllando i canali chimici ed elettrici attraverso i quali vengono trasmessi i segnali dolorifici al cervello.
Ogni volta che tali scoperte vengono pubblicate, numerose persone insensibili al dolore si fanno avanti per partecipare agli studi. Questo afflusso di nuovi volontari è fondamentale perché suggerisce che la condizione potrebbe essere meno rara di quanto si pensasse in passato.
Un’urgenza medica globale
Le implicazioni di questa ricerca sono enormi. Circa una persona su cinque nel mondo occidentale convive con dolore cronico, e per molti di loro i farmaci disponibili non offrono sollievo adeguato. Gli antidolorifici esistenti, in particolare gli oppioidi, sono essenzialmente versioni raffinate di medicine tradizionali a base vegetale. Non sono specificamente mirati al dolore e risultano difficili da dosare correttamente, il che può portare a dipendenza, overdose ed effetti collaterali debilitanti.
L’industria farmaceutica, consapevole della crescente crisi di dipendenza da oppioidi che ha devastato intere comunità negli Stati Uniti e oltre, sta seguendo con estremo interesse questa linea di ricerca, nella speranza di sviluppare alternative più sicure ed efficaci.
La complessità del dolore
Il dolore rimane un sistema estremamente complesso, e identificare i meccanismi precisi che lo attivano continua a rappresentare una sfida. Gli scienziati concordano sul fatto che la genetica non debba essere considerata isolatamente da altri fattori come stress, ambiente, psicologia ed età. Il nuovo campo dell’epigenetica – lo studio di come l’ambiente modifichi l’espressione dei nostri geni – sta rivelando un ulteriore livello di complessità in questa equazione.
Un paradosso evolutivo
A livello evolutivo, l’esistenza stessa di persone come Jo rappresenta un intrigante paradosso. A prima vista, non sembra esserci alcun vantaggio nell’assenza di dolore. Al contrario, aumenta drammaticamente il rischio di lesioni non percepite, tagli non notati, danni che passano inosservati. In teoria, la vita dovrebbe essere più breve, poiché il cervello ha minori opportunità di apprendere strategie di autoprotezione.
Eppure eccola qui, Jo Cameron, che si avvicina alla terza età attiva, in salute, piena di entusiasmo per la vita e che considera la sua condizione perfettamente normale. “Per me, vivere senza dolore è tutto ciò che ho sempre conosciuto”, dice semplicemente.
Una speranza per milioni
Questa è esattamente la condizione che milioni di persone afflitte da dolore cronico sognano di raggiungere. E Jo è pienamente consapevole che i suoi geni potrebbero aiutarli. È felice di continuare a collaborare con i ricercatori, di sottoporsi a esami, di promuovere gli studi.
“È incredibile tutto questo interesse intorno a me”, dice con la sua caratteristica modestia. “Sono solo una persona molto ordinaria, credo.”
Ma Jo Cameron è tutt’altro che ordinaria. È una finestra vivente su uno dei più grandi misteri della biologia umana, e la sua straordinaria condizione potrebbe un giorno tradursi in sollievo per innumerevoli persone che soffrono. La sua eredità genetica potrebbe essere la chiave per aprire una nuova era nel trattamento del dolore, un’era in cui la sofferenza cronica diventa un ricordo del passato piuttosto che una condanna a vita.
La ricerca su Jo Cameron e altri individui insensibili al dolore continua, con team di scienziati in tutto il mondo che lavorano per decifrare i segreti scritti nel loro DNA. Ogni scoperta ci avvicina a un futuro in cui il dolore potrà essere controllato con precisione, senza gli effetti devastanti della dipendenza e senza gli effetti collaterali che hanno caratterizzato la gestione del dolore per generazioni.















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