
Il punto di svolta che molti non vogliono vedere
Per oltre vent’anni, il mantra del web marketing è stato uno solo: crea ottimi contenuti e Google penserà al resto. Era un consiglio semplice, ripetuto all’infinito in corsi, libri e conferenze. E per un lungo periodo ha anche funzionato – almeno abbastanza da far sembrare sensato inseguire traffico organico come obiettivo principale.
Ma qualcosa si è rotto. E i dati lo confermano.
Rand Fishkin, uno dei professionisti SEO più influenti degli ultimi decenni e fondatore di SparkToro, ha recentemente scritto un post su LinkedIn con una premessa insolita per lui: “Quasi mai scrivo più articoli di blog, ma questo mi sembrava necessario.” Chi lo conosce sa che quando Fishkin sente il bisogno di scrivere qualcosa, vale la pena fermarsi ad ascoltare.
Il suo messaggio, pubblicato su SparkToro, è diretto e scomodo:
“Ignora il traffico. Crea prodotti inimitabili. Sposta le tue priorità dal ‘grande contenuto’ sul tuo sito verso il ‘grande marketing’ sulle piattaforme dove il tuo pubblico presta attenzione. L’influenza è il nuovo traffico.”
Perché il “grande contenuto” non funziona più come prima
Per capire questa svolta, bisogna guardare a cosa sta diventando Google – e cosa ha smesso di essere.
Per anni, il motore di ricerca ha svolto un ruolo di intermediario: indicizzava il web, faceva trovare i contenuti, e portava traffico ai siti. Creare contenuti utili e ben ottimizzati significava guadagnarsi una fetta di quella visibilità.
Oggi, con l’avvento degli AI Overview (le risposte generate dall’intelligenza artificiale che compaiono in cima ai risultati di ricerca), Google non porta più necessariamente l’utente al sito: risponde direttamente alla domanda, estraendo e sintetizzando contenuti da migliaia di fonti. Il contenuto viene consumato senza che nessuno ci clicchi sopra.
Fishkin chiama questo processo “la grande recintazione digitale dell’editoria”: i contenuti vengono usati per alimentare le risposte AI, riducendo drasticamente la necessità per gli utenti di visitare la fonte originale. Il risultato è un web sempre più dominato da zero-click searches – ricerche a cui si risponde senza che il visitatore arrivi mai al tuo sito.
In questo scenario, il contenuto diventa una merce: replicabile, consumabile, riassumibile. E chi lo produce perde il contatto diretto con il proprio pubblico.
La mappa MIT che misura quanto sei a rischio
Se l’analisi di Fishkin descrive la direzione del cambiamento, uno strumento sviluppato dal MIT Work Analytics Lab in collaborazione con il MIT CTL permette di misurare concretamente quanto questo cambiamento ti riguarda.
Si chiama AI Labor Exposure Map ed è uno strumento interattivo che analizza le singole mansioni lavorative e indica in che percentuale i sistemi di intelligenza artificiale attuali sono già in grado di svolgerle – o di assisterle in modo significativo. I dati utilizzati provengono anche dall’AI Economic Index di Anthropic, che misura il tasso di penetrazione dell’AI nelle diverse occupazioni.
I risultati per chi lavora nel marketing digitale sono tutt’altro che rassicuranti:
Il 65% del tempo che uno specialista di marketing trascorre al lavoro è dedicato a mansioni che l’AI è già in grado di svolgere: ricerca di mercato, analisi della concorrenza, pianificazione delle campagne, interpretazione dei dati. Non si tratta di previsioni future – è lo stato attuale delle cose.
Una ricerca separata di Anthropic colloca i marketing specialist al quinto posto tra le professioni più esposte all’automazione AI, superando persino i rappresentanti del servizio clienti e gli addetti all’inserimento dati.
Pierre Bouquet, il dottorando del MIT che ha sviluppato la mappa, tiene a precisare che lo strumento non è stato progettato come una profezia di doom: il fatto che l’AI possa svolgere un compito non significa automaticamente che sostituirà il lavoratore. Ma per i professionisti SEO e i content marketer, la combinazione tra questi dati e il ragionamento di Fishkin è chiarificatrice: i compiti che hanno definito queste professioni sono esattamente quelli più esposti all’automazione.
Due strade, un’unica onestà necessaria
Di fronte a questa realtà, Fishkin identifica due possibili risposte strategiche. Non sono equivalenti, e non sono ugualmente accessibili a tutti.
La prima strada: l’azione collettiva
La prima strada prevede che editori, creator e professionisti del web si organizzino collettivamente per esercitare pressione sui motori di ricerca e sull’industria AI – ad esempio, impedendo ai crawler AI di accedere ai propri contenuti, o negoziando compensazioni per il loro utilizzo.
In teoria, potrebbe funzionare. In pratica, richiede scala, coordinamento e la capacità di assorbire perdite di traffico nel breve periodo in cambio di un potere contrattuale nel lungo periodo. I siti che hanno già provato a bloccare i crawler AI hanno scoperto che il calo di traffico arriva subito, mentre il potere contrattuale non arriva affatto.
Per la maggior parte dei professionisti individuali e delle piccole agenzie, questa strada è semplicemente irrealistica. Non si può permettersi di fare la guerra a Google se si dipende da Google per pagare l’affitto.
La seconda strada: i prodotti inimitabili
Questa è la parte centrale e più pratica del ragionamento. L’idea di fondo è semplice: se il problema è che tutto ciò che crei può essere replicato, riassunto o sostituito dall’AI, la soluzione è creare qualcosa che l’AI non possa replicare.
Fishkin usa esempi volutamente concreti e quasi poetici: coltelli da chef con tecnologia agli ultrasuoni. Abiti su misura cuciti con una personalità oceanica. Armagnac della Prima Guerra Mondiale, acquistato per servire a un nonno di 98 anni qualcosa di più vecchio di lui. Il punto è che l’artigianato fisico, la cura autentica, la competenza profonda e il giudizio umano insostituibile non possono essere raschiati e serviti in un AI Overview.
Per chi lavora nel digitale e non produce coltelli né abiti, la domanda diventa più difficile: qual è la versione inimitabile del mio lavoro? Fishkin suggerisce alcune direzioni:
- Ricerca originale che nessun altro ha fatto
- Accesso diretto a fonti e comunità che non sono disponibili online
- Giudizio formato attraverso anni di esperienza che l’AI non ha ancora replicato
- Presenza autentica sulle piattaforme dove il proprio pubblico è davvero attivo
Il suo consiglio quasi universale: costruisci un pubblico su una piattaforma che non possiedi. Pubblica lì. Interagisci lì. Usala per creare interesse attorno al tuo prodotto inimitabile.
Il 35% che conta davvero
Qui sta il nodo della questione: se il 65% di ciò che fai ogni giorno è già gestibile dall’AI, qual è il restante 35%?
Non è una domanda retorica. È la domanda più importante che un professionista del marketing digitale possa porsi oggi.
Quel 35% non è per forza la parte più visibile o più facilmente monetizzabile del lavoro. Spesso è la parte più difficile da articolare: il fiuto per capire cosa risuonerà con un certo pubblico, la capacità di costruire fiducia nel tempo, la rete di relazioni umane che si porta dietro anni di lavoro, la sensibilità per cogliere una tendenza prima che diventi mainstream.
Come nota l’articolo, il professionista SEO che capisce perché un contenuto guadagna fiducia non è la stessa cosa del workflow che produceva quel contenuto su scala. Il primo sopravvive. Il secondo viene automatizzato.
I grandi brand si stanno già riorganizzando attorno a questa realtà. Le grandi agenzie sono sotto pressione. Chi non ha ancora fatto i conti con questa transizione li farà presto – e probabilmente in modo meno ordinato.
Tre cose da portare con sé in questo viaggio
Fishkin non si limita a descrivere il problema: offre anche una bussola pratica. Tre cose, in particolare, valgono la pena di essere tenute a mente.
Prima cosa: fai una mappa onesta della tua esposizione. Usa strumenti come la AI Labor Exposure Map del MIT per capire concretamente quali dei tuoi compiti sono già automatizzabili. Non puoi navigare da una posizione che non hai ancora valutato onestamente.
Seconda cosa: distingui i compiti dalla competenza. I compiti che vengono automatizzati non sono la stessa cosa dell’expertise che ti ha reso bravo in quello che fai. L’AI può scrivere un articolo SEO ottimizzato. Non può – ancora – capire perché quell’articolo dovrebbe esistere, per chi, e perché quella persona dovrebbe fidarsi di chi lo ha scritto.
Terza cosa: scegli bene con chi viaggi. I professionisti che leggono analisi come questa con occhio critico, le testano sui propri dati, e aggiornano le proprie strategie di conseguenza, sono quelli che faranno ancora lavoro significativo quando la transizione sarà più avanzata.
Conclusione: il punto di vista dipende dai dati che sei disposto a guardare
L’era del “crea ottimi contenuti e Google penserà al resto” non è finita di colpo. Si è esaurita gradualmente, poi all’improvviso – come quasi tutte le grandi trasformazioni.
La domanda non è se l’AI cambierà il mestiere del content marketer o del professionista SEO. Lo sta già cambiando. La domanda è se sei disposto a guardare i dati in faccia e a capire quale parte del tuo lavoro è davvero insostituibile – e costruire attorno a quella.
L’influenza, come dice Fishkin, è il nuovo traffico. E il prodotto inimitabile è il nuovo grande contenuto.
Fonti citate nell’articolo : AI Labor Exposure Map – MIT Work Analytics Lab; Rand Fishkin, “Inimitable Product Is the New ‘Make Great Content'” – SparkToro; Hiawatha Bray, The Boston Globe, maggio 2026; AI Economic Index – Anthropic.















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