
Qui sulla Terra, siamo profondamente radicati nel concetto di proprietà territoriale. Ogni appezzamento di terreno appartiene a qualcuno – un individuo, una corporation, uno stato nazionale – e il proprietario esercita diritti ben definiti su cosa può essere fatto con quella terra. Ma quando alziamo lo sguardo verso il cielo notturno e osserviamo il nostro satellite naturale, sorge spontanea una domanda affascinante e sempre più urgente: di chi è la Luna? Chi può rivendicarne la proprietà?
Il quadro giuridico internazionale: il Trattato sullo Spazio Esterno
La risposta formale è che nessuno possiede la Luna. Questo principio fondamentale deriva da un pilastro del diritto internazionale spaziale: il Trattato sullo Spazio Esterno del 1967.
Elaborato durante la Guerra Fredda e proposto dalle Nazioni Unite, questo trattato stabilisce che lo spazio extraterrestre non può essere oggetto di appropriazione nazionale. L’articolo II del trattato è esplicito: “Lo spazio esterno, inclusa la Luna e altri corpi celesti, non può essere oggetto di appropriazione nazionale attraverso rivendicazioni di sovranità, mediante uso o occupazione, né con qualsiasi altro mezzo”.
Il documento prosegue affermando che “l’esplorazione e l’uso dello spazio, compresa la Luna e altri corpi celesti, saranno effettuati a beneficio e nell’interesse di tutti i paesi, indipendentemente dal loro grado di sviluppo economico o scientifico, e costituiranno patrimonio dell’intera umanità”.
Questo significa che, dal punto di vista legale, nessuna nazione può rivendicare sovranità sulla Luna. Le bandiere che gli astronauti hanno piantato sulla superficie lunare – come quella americana durante le missioni Apollo – rappresentano gesti simbolici di impresa umana, non atti di colonizzazione territoriale. In questo senso, la Luna condivide uno status simile all’Antartide: un territorio che ricercatori di diverse nazioni possono visitare e studiare, ma che nessuno può rivendicare come proprietà nazionale.
L’Accordo sulla Luna del 1979: un trattato incompiuto
Nel 1979, le Nazioni Unite tentarono di chiarire ulteriormente la questione con l’Accordo sulla Luna (Moon Agreement), che dichiarava esplicitamente la Luna e le sue risorse naturali “patrimonio comune dell’umanità”. Tuttavia, questo accordo non è mai stato ratificato dalle principali potenze spaziali – inclusi Stati Uniti, Russia e Cina – rendendolo sostanzialmente inefficace. Questa lacuna giuridica ha creato una zona grigia che oggi sta diventando sempre più problematica.
La corsa alle risorse lunari: teoria vs. pratica
Il quadro giuridico può sembrare nobile ed egualitario in teoria, ma cosa succede nella pratica?
Negli ultimi anni si è registrato un interesse esplosivo nell’estrazione di risorse dalla Luna. Sebbene nessuna azienda o stato l’abbia ancora realizzata concretamente, è solo questione di tempo prima che inizino operazioni commerciali sul nostro satellite.
Le ambizioni della NASA e delle compagnie private
La NASA ha annunciato iniziative significative in questa direzione. L’agenzia sta invitando società private a sviluppare e testare tecnologie per l’estrazione di ghiaccio d’acqua sulla Luna, particolarmente concentrato nei crateri permanentemente in ombra del polo sud lunare. Questi depositi di ghiaccio sono preziosi non solo per fornire acqua potabile agli astronauti, ma anche perché l’acqua può essere scissa in idrogeno e ossigeno – componenti essenziali del carburante per razzi.
Progetti come i lander robotici che tenteranno di trivellare il ghiaccio lunare rappresentano solo l’inizio. La NASA ha condiviso visioni a lungo termine che includono miniere lunari, habitat permanenti e l’utilizzo del regolite lunare (la polvere superficiale) per la stampa 3D di strutture.
Il programma Artemis, che mira a riportare esseri umani sulla Luna entro la metà degli anni 2020, include esplicitamente obiettivi di “utilizzo sostenibile delle risorse” – un eufemismo per attività minerarie commerciali.
La legislazione americana: Space Act del 2015
La questione della legalità di queste attività è controversa. Nel 2015, il governo degli Stati Uniti ha approvato lo U.S. Commercial Space Launch Competitiveness Act (noto anche come Space Act), una legislazione rivoluzionaria che riconosce il diritto dei cittadini americani di possedere, trasportare e vendere risorse estratte dagli asteroidi e da altri corpi celesti, Luna inclusa.
Questa legge rappresenta un’interpretazione unilaterale del Trattato del 1967: gli Stati Uniti sostengono che, sebbene non si possa rivendicare sovranità territoriale sulla Luna, sia legittimo estrarre e commercializzare le sue risorse – analogamente a come funziona la pesca in acque internazionali.
Nel 2020, un ordine esecutivo dell’amministrazione Trump ha ulteriormente rafforzato questa posizione, affermando che “gli americani dovrebbero avere il diritto di impegnarsi nell’esplorazione commerciale, nel recupero e nell’uso delle risorse nello spazio esterno”.
Gli Accordi Artemis: una nuova alleanza spaziale
Nel 2020, la NASA ha lanciato gli Accordi Artemis, un framework bilaterale firmato inizialmente da otto nazioni (ora oltre 40) che stabilisce principi per l’esplorazione lunare, incluso il concetto di “zone di sicurezza” dove le nazioni possono operare senza interferenze. Critici sostengono che queste zone rappresentino una forma velata di appropriazione territoriale.
Significativamente, Russia e Cina non hanno aderito agli Accordi Artemis, preferendo invece sviluppare la propria stazione di ricerca lunare internazionale (International Lunar Research Station), creando di fatto due blocchi rivali nell’esplorazione lunare – un’eco della Guerra Fredda originale.
Le posizioni di altre potenze spaziali
Non sono solo gli Stati Uniti a guardare con interesse alla Luna:
- Cina: ha completato missioni di raccolta campioni di successo (Chang’e 5 nel 2020, Chang’e 6 nel 2024) e ha piani ambiziosi per una base lunare permanente entro gli anni 2030
- Russia: nonostante difficoltà tecniche recenti, mantiene ambizioni lunari attraverso la partnership con la Cina
- Lussemburgo: ha approvato nel 2017 una legislazione simile a quella americana sulle risorse spaziali, posizionandosi come hub europeo per l’industria mineraria spaziale
- Emirati Arabi Uniti, Giappone, India e Unione Europea: tutti hanno dichiarato interessi nell’esplorazione e utilizzo delle risorse lunari
Il dibattito legale: conformità o violazione?
La comunità giuridica internazionale è profondamente divisa sulla legalità di queste iniziative.
I sostenitori dell’estrazione lunare argomentano che il Trattato del 1967 proibisce solo l’appropriazione nazionale della Luna come territorio, non l’utilizzo delle sue risorse. Citano l’articolo I del trattato, che garantisce “libero accesso” allo spazio, come supporto per attività commerciali.
I critici sostengono invece che permettere l’estrazione commerciale di fatto crea proprietà de facto, poiché chi arriva primo può sfruttare le risorse più preziose (come i depositi di ghiaccio nei crateri polari), escludendo altri. Questo violerebbe lo spirito del trattato che designa lo spazio come “patrimonio dell’umanità”.
C’è anche preoccupazione che l’assenza di regolamentazione internazionale possa portare a una corsa caotica alle risorse, conflitti tra nazioni e sfruttamento ambientale irresponsabile – anche sulla Luna.

Il mercato dell’illusione: vendita di terreni lunari
Vale la pena notare che alcune aziende private, come la Lunar Embassy di Dennis Hope, hanno venduto “proprietà” lunari a milioni di persone dal 1980. Queste vendite non hanno alcuna validità legale – sfruttano semplicemente una lacuna percepita nel diritto internazionale. Nessun tribunale o governo riconosce queste presunte proprietà.
Prospettive future: verso un nuovo framework?
Con l’intensificarsi delle attività lunari previste per i prossimi decenni, la questione di chi possiede la Luna e le sue risorse diventa sempre più urgente.
Alcune proposte in discussione includono:
- Un nuovo trattato internazionale che aggiorni il framework del 1967 alle realtà commerciali del XXI secolo
- Un’autorità internazionale per le risorse spaziali, simile all’Autorità Internazionale dei Fondali Marini per gli oceani
- Meccanismi di condivisione dei benefici che garantiscano che i profitti dall’estrazione lunare beneficino l’intera umanità
- Standard ambientali per proteggere siti di valore scientifico o storico, come i luoghi di atterraggio delle missioni Apollo
Conclusione: una domanda ancora senza risposta
Mentre entriamo in quella che molti chiamano la “nuova era dell’esplorazione lunare”, la domanda “di chi è la Luna?” rimane sostanzialmente senza risposta. Il diritto internazionale afferma che non appartiene a nessuno, ma le azioni unilaterali di varie nazioni suggeriscono una realtà più complessa.
Con missioni commerciali, basi permanenti e operazioni minerarie all’orizzonte, la comunità internazionale dovrà affrontare questioni giuridiche, etiche e pratiche di straordinaria complessità. La Luna, che ha ispirato l’umanità per millenni come simbolo di meraviglia e aspirazione condivisa, rischia di diventare un nuovo terreno di competizione geopolitica ed economica.
La speranza è che, mentre estendiamo la nostra presenza oltre la Terra, porteremo con noi i migliori principi di cooperazione internazionale, sostenibilità e visione comune – piuttosto che replicare sulla Luna gli errori commessi qui sul nostro pianeta. Il futuro della governance lunare determinerà non solo chi beneficerà delle risorse del nostro satellite, ma anche che tipo di specie spaziale diventeremo.
















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