L’accumulo di energia su scala globale è il futuro delle rinnovabili

Accumulo energia rinnovabile

Accumulo energia rinnovabile

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Il modo in cui ricaviamo energia elettrica sta cambiando a una velocità che fino a pochi anni fa sembrava difficile da immaginare. Due forze distinte, ma profondamente interconnesse, guidano questa trasformazione. La prima è l’urgenza climatica: i governi di tutto il mondo si sono impegnati a decarbonizzare i propri sistemi energetici per contenere il riscaldamento globale entro soglie accettabili, come stabilito dagli accordi di Parigi e ribadito con crescente determinazione nei vertici internazionali degli ultimi anni. La seconda forza è economica, e forse ancora più potente: il crollo verticale dei costi del solare fotovoltaico e dell’eolico ha reso queste tecnologie non soltanto le più pulite, ma anche le più economiche di sempre nella storia della produzione di energia.

Nell’ultimo decennio, l’elettricità generata da fonti rinnovabili è più che raddoppiata a livello mondiale, trainata principalmente dagli impianti eolici e solari. Secondo i dati dell’Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili (IRENA), nel 2024 sono stati installati globalmente oltre 550 gigawatt di nuova capacità rinnovabile, un record assoluto che ha ampiamente superato ogni previsione. Il solare fotovoltaico, in particolare, ha vissuto una parabola straordinaria: il costo dell’energia prodotta da grandi impianti utility-scale è sceso di oltre il 90% nel corso di un decennio, rendendo il solare la fonte elettrica più economica nella storia dell’umanità in molte aree del pianeta.

Eppure, questa crescita impetuosa porta con sé una contraddizione strutturale che non può essere ignorata: le rinnovabili sono per loro natura intermittenti. Il sole non splende di notte, né nelle giornate invernali coperte. Il vento non soffia con costanza nelle ore in cui la domanda elettrica raggiunge il picco serale. Più le rinnovabili crescono nel mix energetico, più questa discontinuità diventa un problema sistemico. La soluzione — sempre più evidente a governi, utility e investitori — ha un nome preciso: lo stoccaggio dell’energia. Il futuro della transizione energetica non si gioca soltanto su quanta energia riusciremo a produrre da fonti pulite, ma su quanto riusciremo a conservarla nel momento e nel luogo in cui serve davvero.


Il vecchio guardiano: l’idroelettrico da pompaggio

Per capire dove stiamo andando, bisogna partire da dove siamo stati. Per decenni, l’idroelettrico con accumulo da pompaggio — pumped hydro storage nel lessico internazionale — è stato il metodo dominante, praticamente l’unico disponibile su larga scala, per immagazzinare grandi quantità di energia elettrica. Il meccanismo è di una semplicità quasi elementare: due bacini idrici collocati a quote diverse, collegati da una condotta con una turbina reversibile. Quando c’è abbondanza di energia — di notte, nei fine settimana, nei periodi di bassa domanda — l’acqua viene pompata dal bacino inferiore a quello superiore, trasformando l’energia elettrica in energia potenziale gravitazionale. Quando quella stessa energia è necessaria, l’acqua scende, aziona la turbina e torna a diventare elettricità.

Negli Stati Uniti, questo sistema ha storicamente rappresentato oltre il 90% dell’intera capacità di stoccaggio energetico nazionale. In Europa, paesi come Norvegia, Svizzera e Austria hanno costruito enormi infrastrutture di questo tipo, diventando di fatto le batterie del continente, capaci di esportare energia regolata nelle ore di picco verso i paesi vicini. La tecnologia è matura, robustissima e longeva: gli impianti durano cinquant’anni e oltre, con costi operativi molto contenuti una volta completata la costruzione.

Tuttavia, l’idroelettrico da pompaggio sconta limiti invalicabili. Richiede orografie molto specifiche, con dislivelli significativi e disponibilità d’acqua abbondante. I costi di costruzione sono elevatissimi. Gli iter autorizzativi si misurano in anni, a volte in decenni. In un mercato energetico che evolve con la velocità di un ciclo tecnologico, questi tempi rappresentano un ostacolo serio. Il pompaggio idroelettrico rimarrà un pilastro fondamentale del sistema, ma non potrà da solo rispondere alla crescita esponenziale della domanda di stoccaggio che la transizione energetica richiede.


La rivoluzione silenziosa delle batterie al litio

È in questo contesto che le batterie agli ioni di litio hanno compiuto la loro ascesa, silenziosa ma inarrestabile. Nel 2019 la capacità installata di sistemi di accumulo a batteria negli Stati Uniti aveva appena raggiunto gli 866 megawatt — una cifra già considerevole per l’epoca. Nel 2026, quello stesso numero appare quasi irrisorio: la capacità americana ha superato i 50 gigawatt, una crescita di quasi sessanta volte in meno di sette anni. In Europa il quadro è simile, con il Regno Unito, la Germania e l’Italia in testa per capacità installata. In Asia, la Cina domina sia la produzione di celle che l’installazione di sistemi, con oltre 80 gigawatt di accumulo operativi.

I dati sui costi raccontano una storia altrettanto straordinaria. Dal 2012, il costo per kilowattora dei sistemi di accumulo a batteria è sceso di oltre il 90%, un ribasso che ha trasformato radicalmente la competitività di questa tecnologia. Quello che un tempo era un componente costoso e marginale è diventato, in molti mercati, economicamente superiore alle centrali a gas naturale che tradizionalmente venivano attivate durante i picchi di domanda. Le batterie agli ioni di litio non hanno più bisogno di sussidi per giustificarsi economicamente: si reggono da sole su un numero crescente di applicazioni.

In Italia, il mercato del BESS — Battery Energy Storage Systems — è esploso a partire dal 2023, spinto dalla crescita del fotovoltaico, dagli incentivi del PNRR e dalla necessità di stabilizzare una rete sempre più ricca di energia variabile. Migliaia di impianti industriali, agricoli e residenziali hanno integrato sistemi di accumulo per massimizzare l’autoconsumo e ridurre la dipendenza dalla rete. Sul fronte dei grandi impianti, decine di progetti utility-scale da decine o centinaia di megawattora sono stati autorizzati o sono in costruzione, specialmente nel Mezzogiorno, dove la produzione solare è abbondante ma la rete di trasmissione è storicamente fragile.

Ciò che rende le batterie agli ioni di litio particolarmente preziose non è soltanto la capacità di immagazzinare energia: è la loro straordinaria flessibilità operativa. Possono regolare la frequenza della rete in millisecondi, stabilizzare la tensione, offrire riserva rapida per compensare improvvisi cali di produzione, e partecipare ai mercati dei servizi ancillari dove si remunera la flessibilità piuttosto che la sola produzione. In un sistema elettrico sempre più complesso e variabile, questa versatilità ha un valore enorme.


Il muro delle otto ore: perché il litio da solo non basta

Nonostante i successi, le batterie agli ioni di litio mostrano un limite strutturale che diventa sempre più evidente: sono ottimizzate per cicli brevi, tipicamente da due a quattro ore, con i sistemi più recenti che arrivano a sei-otto ore. Questa finestra temporale è sufficiente per spostare la produzione solare del pomeriggio verso le ore serali di picco, o per tamponare un temporaneo calo del vento. Ma quando le fonti rinnovabili supereranno il 60-70% del mix energetico — soglia che diversi paesi europei stanno già avvicinando — il sistema richiederà qualcosa di completamente diverso: la capacità di immagazzinare energia per giorni, settimane, o persino stagioni intere.

Si pensi a un’ondata di freddo invernale con cielo coperto per una settimana e venti deboli: in un sistema dominato da solare ed eolico senza stoccaggio stagionale, la sicurezza della fornitura diventa un problema reale. Oppure, all’estate mediterranea, con picchi solari a mezzogiorno che non trovano domanda sufficiente e devono essere curtailati — letteralmente sprecati — per mancanza di capacità di stoccaggio adeguata.

C’è poi un tema geopolitico e di sostenibilità che non può essere ignorato. Le catene di approvvigionamento del litio e delle altre materie prime critiche — cobalto, nichel, manganese — sono geograficamente concentrate in pochi paesi, con tutti i rischi strategici che ne derivano. Le tensioni commerciali degli ultimi anni hanno reso evidente quanto questa dipendenza possa tradursi in vulnerabilità sistemica. Il riciclo delle batterie esauste, pur in crescita rapida, stenta ancora a tenere il passo con i volumi del mercato. Per tutte queste ragioni, la corsa alle tecnologie alternative di accumulo si è intensificata enormemente.


Oltre il litio: le tecnologie che stanno emergendo

Le batterie a flusso rappresentano l’alternativa più matura per lo stoccaggio di durata medio-lunga. A differenza delle batterie convenzionali, in cui l’energia è immagazzinata in elettrodi solidi, i sistemi a flusso pompano due elettroliti liquidi attraverso una membrana dove avviene la reazione elettrochimica. La capacità dipende dal volume dei serbatoi — facilmente scalabile — mentre la potenza dipende dallo stack di celle. Questo le rende ideali per stoccaggi dalle sei alle dodici ore e oltre. I sistemi al vanadio redox hanno già superato i 3 gigawatt installati globalmente nel 2025, con impianti operativi in Cina, Giappone, Australia e Stati Uniti. Il loro vantaggio principale è la vita utile superiore ai vent’anni con praticamente zero degrado della capacità nel tempo. I costi restano ancora più elevati rispetto al litio, ma la traiettoria è discendente.

L’idrogeno verde è il candidato più discusso per lo stoccaggio stagionale, quello che permetterebbe di trasferire surplus energetico estivo verso i mesi invernali di alta domanda e bassa produzione rinnovabile. Il principio è chiaro: nei momenti di eccesso di rinnovabili, si produce idrogeno tramite elettrolisi; quando serve energia, l’idrogeno viene riconvertito in elettricità tramite celle a combustibile o turbine a gas. Il problema principale resta il rendimento complessivo del ciclo, ancora intorno al 30-40%, molto inferiore alle batterie elettrochimiche. I costi dell’idrogeno verde si sono ridotti significativamente — da oltre 6 a meno di 4 euro per kilogrammo in molte aree europee — ma l’obiettivo europeo di 1 euro/kg entro il 2030 rimane sfidante. L’idrogeno è comunque più credibile come combustibile per industria pesante, trasporti marittimi e riscaldamento industriale che come vettore di stoccaggio elettrico a breve termine.

Lo stoccaggio gravitazionale reinterpreta con ingegneria moderna un’idea antica: usare l’energia in eccesso per sollevare masse pesanti, recuperando poi quella stessa energia quando scendono attraverso generatori. La start-up britannica Gravitricity ha testato sistemi in pozzi di miniere dismesse. La svizzera Energy Vault ha installato impianti commerciali basati su torri di blocchi di cemento sollevati da gru. I vantaggi sono vita utile praticamente illimitata, materiali locali e a basso costo, zero degrado. Il limite principale è la bassa densità energetica, che richiede grandi spazi. Per siti industriali dismessi, aree montane o comunità isolate, potrebbe rivelarsi una soluzione economicamente efficace.

Lo stoccaggio termico è invece già ampiamente utilizzato nell’industria: accumulare calore — o freddo — in sali fusi, rocce o altri materiali ad alta capacità termica, per poi riutilizzarlo nei processi industriali o riconvertirlo in elettricità. Aziende come Malta Inc., nata da Google X, stanno sviluppando sistemi in grado di stoccare calore per giorni o settimane con rendimenti crescenti. L’aria compressa sotterranea — CAES, Compressed Air Energy Storage — è un’altra opzione con diversi progetti in fase avanzata, specialmente in Germania e Canada, dove esistono cavità geologiche adatte.

Sul fronte della ricerca di frontiera, le batterie allo stato solido promettono densità energetiche molto superiori al litio tradizionale con maggiore sicurezza; le chimiche sodio-ione potrebbero ridurre la dipendenza dalle materie prime critiche; le batterie zinco-aria aprono prospettive interessanti per lo stoccaggio a basso costo e lungo periodo. Toyota, QuantumScape e CATL hanno annunciato le prime produzioni commerciali di celle allo stato solido tra il 2025 e il 2027.


Il ruolo delle politiche e dei mercati

Le tecnologie da sole non bastano: lo stoccaggio energetico ha bisogno di mercati che ne riconoscano e remunerino correttamente il valore. Per decenni, i mercati elettrici hanno premiato chi produce energia, non chi la rende disponibile quando serve. Questa logica sta cambiando.

In Europa, la riforma del mercato dell’elettricità approvata nel 2024 ha introdotto disposizioni specifiche per favorire lo stoccaggio, riconoscendolo come infrastruttura strategica al pari delle reti di trasmissione. In Italia, Terna ha lanciato aste dedicate alla capacità di stoccaggio, con volumi crescenti di anno in anno. Il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima aggiornato fissa obiettivi ambiziosi sia per le rinnovabili che per i sistemi di accumulo entro il 2030.

Negli Stati Uniti, l’Inflation Reduction Act del 2022 ha scatenato un’ondata di investimenti senza precedenti: i crediti d’imposta per lo stoccaggio autonomo — non abbinato al fotovoltaico — hanno reso economicamente attraenti decine di miliardi di dollari di progetti. Secondo BloombergNEF, gli investimenti globali in sistemi di accumulo hanno superato i 60 miliardi di dollari nel 2024 e sono destinati a raddoppiare entro il 2027.


Un sistema elettrico ridisegnato

Entro il 2030, il sistema elettrico dei paesi avanzati sarà profondamente diverso da quello attuale. Le grandi centrali termoelettriche cederanno progressivamente il passo a una rete di produzione distribuita, bilanciata da una pluralità di sistemi di accumulo operanti su scale temporali diverse: dai millisecondi della regolazione di frequenza ai mesi dello stoccaggio stagionale. Le batterie agli ioni di litio continueranno a dominare il mercato del breve termine per tutto il decennio, grazie alla loro curva di costo ancora discendente e all’enorme scala produttiva globale. Le tecnologie alternative si affermeranno progressivamente nelle nicchie in cui il litio non può competere: lo stoccaggio di lungo periodo, le applicazioni industriali ad alta intensità, le comunità remote.

La chiave del successo della transizione non sarà una sola tecnologia vincitrice, ma un ecosistema diversificato di soluzioni integrate da reti intelligenti, sistemi di gestione basati sull’intelligenza artificiale e nuovi modelli di business che coinvolgano consumatori attivi, comunità energetiche e mercati più flessibili. Non è ancora del tutto chiaro se e quanto velocemente i costi dello stoccaggio continueranno a scendere. Ma l’impegno accumulato da governi, imprese e investitori ha raggiunto una massa critica difficilmente reversibile. Lo stoccaggio dell’energia non è più una tecnologia di supporto o un elemento marginale del sistema: è diventato il cuore pulsante della transizione verso un’economia a zero emissioni, la chiave che trasforma l’intermittenza delle rinnovabili da debolezza strutturale in risorsa gestibile. Il futuro dell’energia è, prima di tutto, la capacità di tenerla al sicuro fino al momento in cui serve.

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valerio sanna

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