
Quante volte hai toccato ferro, incrociato le dita o evitato di passare sotto una scala “per sicurezza”? Se la risposta è “almeno una volta”, sei in ottima compagnia. Anche chi si dichiara convintamente razionale concede spesso alla scaramanzia uno spazio piccolo ma tenace: un gesto che non costa nulla e che, nel dubbio, non si sa mai.
Eppure basta fermarsi un istante per accorgersi di quanto sia strano. Nessun meccanismo fisico collega un gatto dal pelo scuro alla nostra sfortuna, né un ombrello aperto in salotto a una catena di guai. Sappiamo che non ha senso, e tuttavia lo facciamo lo stesso. Lo stesso schema, però, non si limita ai riti innocui: a volte porta a credere che un vaccino causi l’autismo o che gli alieni abbiano costruito le piramidi, con conseguenze molto meno simpatiche di una chiacchiera al bar.
Da qui nasce la domanda che dà il titolo a questo articolo, e che è anche il cuore di un libro: “Perché ci crediamo? 99 miti e credenze popolari analizzati e smontati dalla scienza”. Perché le credenze infondate sopravvivono, si diffondono e resistono ai fatti? E soprattutto: che cosa si può fare, concretamente, per smontarle senza far sentire stupido nessuno? Proviamo a rispondere partendo dalla mente umana, passando per tre esempi emblematici, e arrivando agli strumenti che la scienza ci mette a disposizione.
Prima di tutto: i miti non sono (solo) errori
Il primo passo per capire perché ci crediamo è smettere di considerare i miti come semplici errori di informazione. Un errore è un dato sbagliato che si corregge con un dato giusto. Un mito è qualcosa di più: una piccola storia che spiega, consola, orienta, e che per questo si trasmette di bocca in bocca per generazioni.
Le credenze popolari svolgono funzioni precise. Danno un’etichetta a ciò che spaventa, offrono una regola semplice in un mondo complicato, creano appartenenza (condividere una superstizione è un modo per dire “siamo della stessa famiglia”), e ci restituiscono la sensazione di avere un minimo di controllo su eventi che controlliamo poco.
Questo ultimo aspetto è stato osservato in modo molto concreto dall’antropologo Bronisław Malinowski, che studiò i pescatori delle isole Trobriand all’inizio del Novecento. Nella laguna, dove il pescato era abbondante e il rischio basso, i pescatori usavano soltanto la tecnica. In mare aperto, invece, dove le tempeste e l’incertezza erano alte, praticavano elaborati rituali magici prima di partire. La magia non compariva dove c’era sicurezza, ma dove c’era paura. Le superstizioni, in altre parole, crescono nei punti in cui la nostra capacità di previsione si assottiglia.
Conoscere questa funzione psicologica cambia il modo di affrontare i miti: se una credenza risponde a un bisogno profondo, non basta dire “è falsa”. Bisogna anche capire a quale bisogno risponde.
Il cervello è una macchina per trovare schemi (anche dove non ci sono)
Veniamo al secondo ingrediente, forse il più importante. Il nostro cervello si è evoluto per individuare relazioni di causa ed effetto in fretta, perché per i nostri antenati una decisione rapida contava più di una decisione perfetta. Se senti un fruscio nell’erba e pensi a un predatore, e invece è solo il vento, perdi un po’ di energia. Se pensi al vento e invece è un predatore, perdi la vita. Gli psicologi parlano di “gestione dell’errore”: un sistema che accetta molti falsi allarmi pur di non lasciarsi sfuggire i pericoli veri.
Il risultato è che siamo straordinari nel riconoscere schemi, ma un po’ troppo generosi: vediamo volti nelle nuvole, intenzioni nei fenomeni naturali, e legami causali tra eventi che semplicemente capitano uno dopo l’altro.
Un esperimento celebre lo mostra bene. Nel 1948 lo psicologo B. F. Skinner mise dei piccioni affamati in una gabbia e li fece nutrire a intervalli regolari, indipendentemente da ciò che facevano. Diversi animali svilupparono comportamenti ripetitivi e bizzarri, come girare su se stessi o muovere la testa in un certo modo, come se quel gesto avesse “causato” l’arrivo del cibo. Gli studi successivi hanno discusso come interpretare questi risultati, ma l’idea di fondo resta efficace: se un’azione precede per caso un evento positivo, può nascere l’impressione di un legame.
A questo si aggiunge l’illusione di controllo, studiata dalla psicologa Ellen Langer negli anni Settanta: le persone che sceglievano personalmente il proprio biglietto della lotteria lo valutavano di più, e chiedevano una cifra più alta per cederlo, rispetto a chi lo riceveva già assegnato. Ovviamente le probabilità di vincita erano identiche. Scegliere dava solo la sensazione di poter influire su un esito del tutto casuale.
Il corno, il gatto nero e l’ombrello
Con questi strumenti in mano, le superstizioni di tutti i giorni diventano più comprensibili. Prendiamo il corno portafortuna, il celebre cornetto napoletano. La tradizione lo associa alla protezione dal malocchio, e le radici di questo simbolismo sono antichissime: i corni sono da sempre legati a forza, fertilità e abbondanza, e già nel mondo romano circolavano amuleti con funzioni apotropaiche, cioè pensati per allontanare l’invidia e il male. Non esiste alcun meccanismo per cui un oggetto di corallo o di plastica rossa possa deviare gli eventi. Esiste però un meccanismo psicologico: portare con sé un amuleto dà un senso di sicurezza, e la sicurezza può influire sul modo in cui affrontiamo una prova.
Su questo punto la ricerca è curiosa. Uno studio pubblicato nel 2010 su Psychological Science suggeriva che indurre le persone a sentirsi “fortunate” (per esempio dicendo loro che stavano usando la pallina fortunata) migliorava la prestazione in alcuni compiti, probabilmente aumentando la fiducia in se stessi. Sono risultati da prendere con prudenza e da verificare con altre ripetizioni, ma illustrano un punto sottile: la superstizione non funziona perché il mondo è magico, ma può sembrare che funzioni perché cambia il nostro stato d’animo. È una delle ragioni per cui è così difficile da sradicare.
Il gatto nero che porta sfortuna è un caso istruttivo per un altro motivo: dipende dal luogo. In Italia e in molti paesi occidentali un gatto nero che attraversa la strada è un cattivo presagio, mentre in altre tradizioni, per esempio in diverse zone del Regno Unito e del Giappone, viene associato alla buona sorte. Se una credenza cambia così tanto da una cultura all’altra, è un forte indizio che a determinarla sia la storia, non la realtà. Nel caso europeo pesano soprattutto le antiche associazioni tra gatti, notte, stregoneria e demonio, rafforzate nel Medioevo. A mantenerla viva pensa poi la distorsione di conferma: ricordiamo l’unica volta in cui, dopo aver visto un gatto nero, ci è capitato qualcosa di spiacevole, e dimentichiamo le centinaia di volte in cui non è successo nulla.
L’ombrello aperto in casa, infine, è forse il caso in cui la spiegazione storica è più concreta. Secondo una delle ipotesi più diffuse, i primi ombrelli con stecche metalliche e meccanismo a scatto potevano davvero fare danni se aperti in un ambiente chiuso: ferire qualcuno, rompere un vaso, far cadere una lampada. Una norma pratica di buon senso, insomma, che col tempo si è trasformata in un presagio. È un meccanismo frequentissimo: un consiglio utile, privato del suo motivo, diventa un divieto misterioso, e il divieto misterioso sopravvive molto più a lungo del consiglio.
Il filo rosso è chiaro: queste superstizioni non sono sciocchezze casuali, ma sottoprodotti perfettamente comprensibili di come funziona la nostra mente. Capirlo permette di guardarle con più indulgenza e, allo stesso tempo, con più lucidità.
Quando il mito diventa pericoloso: il caso dei vaccini e dell’autismo
Toccare ferro non fa male a nessuno. Altre credenze, invece, sì. Tra gli esempi più gravi, e tra quelli che la descrizione del libro cita esplicitamente, c’è l’idea che i vaccini causino l’autismo.
La storia è nota e merita di essere ripercorsa con precisione. Nel 1998 la rivista The Lancet pubblicò uno studio su dodici bambini firmato da Andrew Wakefield, che ipotizzava un legame tra il vaccino contro morbillo, parotite e rosolia e un presunto nuovo disturbo. Lo studio era minuscolo, privo di gruppo di controllo, e fin dall’inizio non dimostrava affatto ciò che i titoli dei giornali gli fecero dire. Negli anni successivi emersero gravi problemi: conflitti di interesse non dichiarati, violazioni etiche e dati manipolati, come documentò un’inchiesta del giornalista Brian Deer. Nel 2010 The Lancet ritrattò integralmente l’articolo, e lo stesso anno Wakefield fu radiato dall’albo dei medici nel Regno Unito.
Nel frattempo la scienza aveva fatto quello che deve fare: verificare. Studi epidemiologici condotti in vari paesi su centinaia di migliaia di bambini non hanno trovato alcun aumento del rischio di autismo tra i vaccinati. Uno dei più ampi, uno studio di coorte danese pubblicato nel 2019 su oltre seicentocinquantamila bambini, ha confermato che il vaccino contro il morbillo non aumenta il rischio, nemmeno nei bambini considerati più a rischio per altre ragioni. Anche l’ipotesi alternativa, quella dei conservanti a base di mercurio, è stata messa alla prova: nonostante tali composti siano stati eliminati dalla maggior parte dei vaccini pediatrici all’inizio degli anni Duemila, le diagnosi di autismo non sono diminuite.
Perché questo mito è così resistente?
La risposta sta in una combinazione di fattori psicologici e sociali. Il primo è una coincidenza temporale: i primi segni dell’autismo diventano spesso evidenti intorno al primo anno e mezzo di vita, cioè proprio nel periodo in cui si somministrano alcune vaccinazioni. Il nostro cervello legge “dopo” come “a causa di”, un errore così comune che ha un nome latino, post hoc ergo propter hoc. Un genitore che nota i primi segni subito dopo una vaccinazione vive la sequenza come una prova, anche se la statistica dice il contrario.
Il secondo fattore è la ricerca di una causa. L’autismo, come molte condizioni del neurosviluppo, ha origini complesse e in gran parte genetiche, e questo lascia insoddisfatti chi vorrebbe un colpevole preciso. Una spiegazione semplice, con un responsabile identificabile, è psicologicamente molto più appagante di una risposta articolata che dice “è una combinazione di fattori”.
Il terzo è la sfiducia: chi ha già un’esperienza negativa con il sistema sanitario, o semplicemente diffida delle istituzioni, può trovare più credibile una storia che denuncia un presunto insabbiamento. Qui la comunicazione scientifica deve fare i conti con un punto delicato: non basta avere ragione, bisogna anche essere ascoltati.
Le conseguenze di questo mito non sono teoriche. Il calo delle coperture vaccinali ha contribuito, negli ultimi anni, alla ricomparsa di focolai di morbillo in molti paesi europei, Italia compresa, con migliaia di casi e diversi ricoveri. Una malattia che si credeva quasi sotto controllo è tornata proprio perché una credenza infondata ha ridotto la protezione collettiva. È la dimostrazione più nitida del motivo per cui smontare i miti non è un passatempo da saccenti, ma un servizio alla salute pubblica.
Alieni e civiltà misteriose: il fascino dell’inspiegabile
All’estremo opposto per gravità, ma identico per meccanismi, c’è un altro grande classico: l’idea che gli alieni abbiano visitato la Terra e lasciato tracce del loro passaggio. Se il vaccino ci fa riflettere sul pericolo delle credenze, gli extraterrestri ci mostrano quanto sia irresistibile la loro seduzione.
L’epoca moderna degli avvistamenti comincia nel giugno del 1947, quando il pilota Kenneth Arnold riferì di aver visto nove oggetti luminosi muoversi a grande velocità vicino al Monte Rainier, negli Stati Uniti. Da una sua descrizione del movimento (come un piattino che rimbalza sull’acqua) la stampa coniò l’espressione “dischi volanti”. Poche settimane dopo ci fu il caso di Roswell, nel New Mexico: un comunicato dell’esercito parlò inizialmente di un disco recuperato, per poi correggersi il giorno dopo e attribuire tutto a un pallone meteorologico. Decenni più tardi, negli anni Novanta, l’aeronautica statunitense rese pubblico che si trattava in realtà di un pallone di un progetto segreto, il Project Mogul, destinato a rilevare eventuali esplosioni nucleari sovietiche. Un segreto militare, non un segreto extraterrestre: eppure la storia di una “copertura” trovò terreno fertile e prosperò.
Un’altra famiglia di racconti riguarda le antiche civiltà: dalle piramidi egizie alle linee di Nazca, la tesi degli “antichi astronauti”, resa popolare dagli anni Sessanta dagli scritti di Erich von Däniken, sostiene che persone del passato non potessero aver realizzato opere simili senza aiuto esterno. Ma i dati archeologici dicono altro. A Giza sono stati scoperti il villaggio degli operai, con panifici, magazzini e tombe dei lavoratori, e nel 2013, a Wadi al-Jarf, sono stati ritrovati i papiri con il diario di un capo squadra, Merer, che registrava il trasporto dei blocchi di calcare per la grande piramide. Non sono misteri irrisolti: sono documenti che raccontano come ci riuscirono, con organizzazione, competenza e un enorme lavoro umano.
L’errore logico dietro il mito
Alla base di queste credenze c’è uno schema ricorrente, detto argomento dall’ignoranza: “non so spiegare come sia stato fatto, dunque deve essere stato qualcun altro”. In realtà, la nostra mancanza di una spiegazione immediata non è una prova di nulla, se non dei limiti della nostra immaginazione. C’è anche, sotto sotto, una certa condiscendenza verso gli antichi: pensare che non potessero ingegnarsi da soli significa sottovalutarne l’intelligenza.
Vale la pena essere onesti, però, su un punto che i buoni divulgatori sottolineano sempre: la scienza non afferma che la vita extraterrestre sia impossibile. Anzi, la ricerca di mondi abitabili e di tracce biologiche è un campo serissimo. Ciò che la scienza dice è un’altra cosa: finora non esiste una prova solida che qualcuno sia venuto a farci visita. Come ricordava Carl Sagan, che rese celebre un principio già circolante tra gli scettici, le affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie. Distinguere tra “è possibile” e “è dimostrato” è esattamente l’esercizio mentale che i miti ci chiedono di fare e che spesso saltiamo.
Perché smentire non basta (e che cosa funziona davvero)
Arriviamo al punto più scomodo. Se bastasse mostrare i fatti, i miti sarebbero scomparsi da un pezzo. Perché non succede?
Un primo motivo è l’effetto di verità illusoria, documentato negli anni Settanta: ciò che ci viene ripetuto più volte ci appare più credibile, anche se all’inizio sapevamo che era falso. Un mito raccontato mille volte ha un vantaggio di familiarità su qualsiasi smentita, ascoltata una volta sola.
Un secondo motivo è l’identità. Molte credenze non sono opinioni isolate, ma tessere di un’appartenenza: rinunciare a una convinzione significa, in qualche modo, tradire un gruppo. Per questo le correzioni che suonano come attacchi personali producono chiusura, non riflessione.
Si è anche parlato molto di un presunto “effetto boomerang”, secondo cui le smentite rafforzerebbero la convinzione che vogliono correggere. Le ricerche successive, incluso un grande studio del 2019, suggeriscono però che sia molto più raro di quanto si credesse: in genere, le correzioni funzionano almeno un poco. La cattiva notizia è che il loro effetto tende a svanire col tempo. Il lavoro di smentita va quindi fatto con pazienza, e ripetuto.
Che cosa funziona, allora? Gli studiosi di comunicazione, come Stephan Lewandowsky e John Cook nel loro manuale sul debunking, indicano alcune buone pratiche che si possono riassumere in poche regole:
- partire dal fatto vero, non dal mito, in modo che sia la versione corretta a restare impressa;
- avvisare prima di nominare il mito, in modo che chi legge sappia che sta per incontrare un’idea sbagliata;
- spiegare l’errore di ragionamento che rende il mito convincente, non solo dire che è falso;
- offrire una spiegazione alternativa, perché la mente tollera male il vuoto: togliere un’idea senza sostituirla con un’altra è un lavoro a metà.
A queste si affianca la cosiddetta prebunking, o “inoculazione”: insegnare in anticipo a riconoscere le tecniche della disinformazione, in modo da affrontarla con più anticorpi. Un’informazione che impari a riconoscere come manipolatoria perde buona parte della sua presa.
Un’idea per leggere il mondo con occhi nuovi
Tutto questo ci riporta al punto di partenza. La domanda “perché ci crediamo?” non ha una risposta sola, ma un intreccio di risposte: perché il cervello cerca schemi, perché le storie confortano, perché la ripetizione convince, perché le credenze ci legano agli altri. Capirlo non ci rende immuni, ma ci rende più attenti.
Ed è qui che si colloca il libro da cui siamo partiti. Secondo la sua presentazione, “Perché ci crediamo? 99 miti e credenze popolari analizzati e smontati dalla scienza” è un volume di oltre cinquecento pagine che passa in rassegna novantanove convinzioni diffuse, dalle superstizioni di ogni giorno come il corno portafortuna e l’ombrello aperto in casa fino agli errori scientifici più seri come quello del legame tra vaccini e autismo. Ogni capitolo, stando alla descrizione, ricostruisce le radici di una credenza e la smonta con argomentazioni scientifiche chiare e accessibili, e lo fa con una scrittura coinvolgente e qualche dose di umorismo, che non guasta quando si parla di argomenti complessi.
La struttura sembra rispecchiare proprio le buone pratiche del debunking di cui abbiamo parlato: non limitarsi a dire “è falso”, ma spiegare da dove nasce il mito, perché è così convincente e che cosa dicono davvero i dati. Tra le domande a cui il libro promette di rispondere ci sono, per esempio: che cosa c’è di vero dietro l’idea che un gatto nero porti sfortuna, quale sia la verità sulla sicurezza dei vaccini, e che cosa dire dei racconti sugli alieni che avrebbero visitato la Terra.
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Se questo articolo ha stuzzicato la tua curiosità, il passo successivo è naturale. Un singolo mito si può smontare in poche righe, ma la vera forza sta nell’abitudine a farlo: nel guardare un’affermazione, qualunque essa sia, e chiedersi da dove viene, chi lo dice, che prove ci sono e quali spiegazioni alternative esistono. Novantanove capitoli sono un ottimo allenamento per questo tipo di sguardo.
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È una lettura pensata per chi è curioso della mente umana e del potere delle credenze, per chi vuole difendersi dalle leggende metropolitane e dalla disinformazione, e anche per chi, semplicemente, ama scoprire che dietro a ogni “si è sempre detto così” c’è quasi sempre una storia interessante da raccontare.
La prossima volta che qualcuno ti dirà che un gatto nero ti porterà sfortuna, potrai sorridere, spiegargli come nasce quella credenza e, magari, regalargli il libro















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